Scuola

Progetto di promozione della salute a scuola
di Emanuele Passanante (*)

Dalla dipendenza all’autonomia: un percorso formativo per i giovani
Da alcuni anni è venuto drammaticamente alla luce il problema delle dipendenze a tutti i livelli, soprattutto in riferimento alle tossicodipendenze, alla droga e alle sostanze stupefacenti in genere, ma il fenomeno è molto più vasto e a ben considerare le dipendenze sono moltissime, in un crescendo di pericolosità per la salute. Le cause di questo fenomeno che ha assunto proporzioni mondiali vanno studiate nella loro globalità e ricondotte al percorso formativo, alla promozione della salute e quindi all’educazione. In quest’ottica è stato sperimentato il progetto Psicologia Salute a scuola, che si pone come obiettivo una migliore conoscenza di Sé e lo sviluppo e la verifica continua delle proprie potenzialità.

Non esistono infatti progetti educativi specifici, né a livello scolastico, né a livello familiare e sociale, che aiutino l’individuo a diventare sempre più autonomo, anzi si potrebbe ipotizzare che la societàabbia bisogno di soggetti passivi, cittadini, consumatori, semplici utenti. E mentre il bambino fino ai sei anni «nell’età del NO» rivendica la sua autonomia e si oppone alle direttive e ai divieti degli adulti, giustificate spesso da pericoli incombenti, alla fine, dopo infiniti tentativi rinuncia a lottare e si lascia guidare e condizionare anche da mode e miti fino alle dipendenze.

A supporto di questa tesi lo stesso percorso si verifica con le mille domande che nei primi anni di vita aiutano il bambino a orientarsi nella realtà: la curiosità e l’interesse per tutto ciò che lo circonda dapprima favorite dall’adulto stesso vengono meno verso i sei anni, dopo l’ingresso nella scuola elementare. È una pura coincidenza? Si tratta forse di un’evoluzione naturale della psiche o i condizionamenti, magari inconsapevoli e contingenti dell’adulto, incidono nella formazione dell’autonomia e nello sviluppo della personalità?

La promozione della salute investe ogni ambito sociale, non ultimo la scuola che è forse, nella maggior parte dei casi, una fonte di «malessere» e di problemi esistenziali per molti giovani. Non sono esagerati i termini «mortalità scolastica e dispersione» riferiti ai risultati scolastici, con conseguenze disastrose per la salute psicofisica dei ragazzi. Le difficoltà e gli insuccessi portano alle frustrazioni e allo stress, con danni che si riflettono anche sull’economia del paese. Abbiamo sperimentato che operando su alcune variabili, e coinvolgendo allievi, docenti, genitori in un programma di «educazione alla salute» si può porre le basi per il cambiamento.

In particolare sono state condotte due sperimentazioni in alcune scuole elementari e medie superiori di Torino.

Prima sperimentazione
La prima sperimentazione è stata condotta in quindici classi della scuola elementare statale, nell’ambito delle attività educative promosse dall’Assessorato all’Istruzione del Comune di Torino per «La città ai ragazzi», nell’arco di tre anni (1986-87; 87-88; 88-89), con un «Progetto di animazione didattico-cibernetica». In dodici incontri di due ore per ogni classe si sono affrontati diversi argomenti, allo scopo di coinvolgere gli allievi con le tecniche del «brainstorming» (tempesta nel cervello), della drammatizzazione, della «token economy» (economia gettone) per limitare l’intervento continuo dell’insegnante e rinforzare l’autocontrollo. Due animazioni didattiche erano dedicate a scoprire «come si sta bene».
Alcuni obiettivi dell’intervento ricalcano i temi da noi toccati:
– conoscere se stessi per favorire il benessere psico-fisico con uno stile di vita adeguato; 
– imparare a imparare, continua verifica delle abilità di apprendimento e di studio per aumentare l’autofiducia e la sicurezza; 
– sviluppare la creatività e l’autonomia; 
– imparare a rilassarsi per controllare lo stress e prevenire ipertensione; 
– aumentare la socializzazione con le tecniche di comunicazione (per prevenire ansia, disagio sociale e fobie)
– sviluppare le capacità logiche e di problem-solving (per superare e controllare atteggiamenti fatalistici e istintivi, o superstizioni che danneggiano l’equilibrio psicofisico). 

Di particolare efficacia e presa sui ragazzi è parsa la tecnica del Brainstorming. Il termine introdotto da A. Osborn indica «la tecnica particolare di soluzione dei problemi» in assemblea: i partecipanti sollecitati dall’animatore esprimono liberamente le proprie idee a proposito di una particolare situazione – stimolo, avanzano delle ipotesi personali senza alcuna paura di incorrere in critiche. Tali ipotesi verranno vagliate nel gruppo che procederà spontaneamente a selezionare le idee più significative. Attraverso questa metodica viene dato un forte impulso all’iniziativa personale, allo sviluppo della creatività, intesa come produttività di idee, invenzione, immaginazione (4). In tanti anni di esperienza abbiamo evidenziato che questo metodo, applicato anche a scuola, si rivela efficace per educare a «pensare» Gli allievi stimolati dal gruppo classe, cercano nuove ipotesi e proposte alternative anche in campo disciplinare come nella soluzione dei conflitti in classe., ma nel contempo allargano i propri interessi, toccando quasi senza rendersene conto problemi esistenziali e aprendosi a nuovi stili di vita.

Educare a «star bene»
Il Brainstorming quindi non solo «educa a pensare», ma favorisce l’apprendimento attraverso il gioco (drammatizzazione), e soprattutto educa alla socializzazione, perché il risultato di ogni animazione didattica dipende dal gruppo, dal rapporto con gli altri e dalla comunicazione positiva.
Con questo gioco, ogni bambino impara a conoscere meglio se stesso sia nell’aspetto fisico, che in quello psicologico e sociale, rispondendo ad una semplice domanda «io come sono» 
Da qui la necessità di accettarsi psicologicamente e fisicamente, avendo cura di sé; superando tutte le dipendenze dal cibo, dal sonno, in un rapporto più consapevole col proprio corpo
Tutte le attività didattiche e quelle relazionali tendono a valorizzare i momenti di autonomia e di benessere.
L’animazione che segue descrive come creare in classe un clima sociale più favorevole all’apprendimento.

Imparare giocando
Si propone un gioco: ogni allievo deve cercare di rispondere alla domanda «che significa star bene con se stessi e con gli altri», definendo con una frase la condizione di «benessere» ideale o reale, sperimentata, vissuta, oppure semplicemente desiderata, sognata… Si comincia scrivendo alla lavagna tutto quello che viene detto dagli allievi, invitando, anche in prima elementare a riflettere e comunicare «quando, in che momenti, in che modo, con chi si sta bene e cosa si fa per star bene, per quanto tempo e dove…».
La tecnica è quella del «brainstorming», già accennata e utilizzata per «produrre» più idee in gruppo. Ogni risposta viene segnata alla lavagna e RINFORZATA con un gettone simbolico (token economy) per stimolare al massimo la creatività e premiare il successo nell’apprendimento. In genere tutti i bambini cominciano a dire che «stanno bene» quando non litigano, non si picchiano, non si arrabbiano.

Puntare sull’errore non è formativo

Diventa naturale in una società in cui predominano i divieti, pensare al negativo. Per EDUCARE è importante orientare al comportamento positivo, far capire e soprattutto insegnare attraverso il fare (learning by doing). Per dare un’idea comunque di quanto i bambini, se opportunamente stimolati arrivano a pensare e produrre, si considerano le seguenti possibilità di star bene o situazioni di benessere scoperte durante varie animazioni.

Stare bene insieme significa quindi:

1) stare in compagnia
5) fare qualcosa insieme
9) imparare in gruppo
2) stare attenti, essere bravi 
6) trovare nuove amicizie
10) aspettare il proprio turno
3) comunicare con tutti 
7) essere altruisti
11) invitare alla propria festa
4) giocare e divertirsi 
8) volersi bene
12) aiutare chi sta male

Queste prime risposte delineano già le esigenze socio affettive dei bambini e sono quelle più ricorrenti nelle varie animazioni. In compagnia si sta meglio che da soli, anche se a volte si litiga; volersi bene, pensare agli altri, aiutarli, diventa un processo naturale di maturazione e di crescita psicologica. E più facile pensare che i bambini stiano bene in un ambiente di gioco e divertimento, ma non è altrettanto ovvio il piacere di «imparare insieme agli altri» o di aspettare il proprio turno. Sicuramente tale atteggiamento è nato dall’impostazione del nostro itinerario formativo. Non sempre infatti la scuola vede nel lavoro di gruppo tutte le implicazioni positive e il valore educativo.

Nelle quindici animazioni dedicate ad ogni classe nell’arco dell’anno scolastico, l’obiettivo era l’autonomia e la cura personale, la comunicazione e il rapporto con gli altri In questa direzione vanno sicuramente le altre risposte 

13) chiedere scusa e fare la pace
17) andare d’accordo

21) fare i complimenti

14) decidere lo stesso gioco
18) confessare le proprie paure agli amici
22) avere cura del proprio corpo

15) vedere uno spettacolo, 
fare una gita insieme

19) mangiare insieme

23) andare in bici insieme

16) fare attività sportive e ricreative

20) dividere la merenda con un amico

24) rilassarsi

Creatività e benessere
Naturalmente tutte queste frasi sono state suggerite in cento animazioni e in sessanta classi nel corso di quattro anni successivi, con più di mille bambini dai sei ai dieci anni; sono state raccolte le più significative. In genere nelle due ore previste si potevano produrre una decina di situazione in cui i bambini riconoscevano di star bene. È interessante notare dal punto di vista didattico che senza queste riflessioni forse i momenti di benessere, anche se vissuti non sarebbero stati scoperti neanche dagli stessi protagonisti. Un intervento che educa alla salute e al benessere psicofisico è quindi preventivo.

Comunque la ricchezza e la varietà delle idee è significativa; se opportunamente stimolati gli allievi producono e diventano creativi. Per ogni frase si inventa una scenetta, per far capire agli altri come si sta bene (tutti gli allievi sono di volta in volta attori e spettatori). Difficilmente gli adulti riuscirebbero a immaginare quelle situazioni appena elencate. Sarebbe veramente interessante, quasi spiegare il malessere sociale, condurre una ricerca in tal senso, per evidenziare che l’uomo non sa come star bene e si lascia affascinare dalle mode e dai miti. Un’analisi attenta sia a livello psicologico che sociale ci fa scoprire come in fondo siano semplici i bisogni naturali dei bambini di contro quelli indotti da pubblicità e mass media.

Sicuramente fa riflettere l’affermazione che « confessare le proprie paure» agli amici fa stare bene! 
Concludiamo con l’ultima serie di idee e situazioni prodotte:

25) ascoltare buone notizie (alla radio o TV, ma anche dagli amici)

29) fare sorridere un bambino arrabbiato

33) accettare il carattere degli altri

26) vedere la propria squadra che vince

30) aiutarsi per raggiungere una meta

34) sapere come comportarsi con tutti

27) mangiare a cena tutti insieme in famiglia

31) amare la natura e rispettarla

35) essere gentili

28) dare un consiglio

32) sognare ad occhi aperti

36) aiutare a fare i compiti, imparare insieme

«Essere gentili fa star bene». Certe scoperte dei bambini sono vere soluzioni di un problema: se c’è un bambino arrabbiato, farlo sorridere diventa un modo per star bene in due. Sarebbe troppo lungo descrivere tutte le scenette inventate e drammatizzate per rendere «operativo» il comportamento scelto, ma ne bastano alcune per evidenziare la necessità di «educare ad apprendere».
Ad esempio tre bambini «per essere gentili» immaginano di incontrare un loro compagno che si sta bagnando sotto la pioggia e gli offrono di ripararsi sotto il loro ombrello. 
Il benessere in famiglia. Dal punto di vista psicologico interessanti i riferimenti alla vita familiare; si sta bene «quando si mangia tutti insieme a cena». Non sempre infatti il lavoro permette alla famiglia di riunirsi anche a pranzo. Anche lo studio, l’apprendimento può essere considerato un momento per star bene insieme. Certo molto dipende da come si vive la scuola, dall’ambiente ma anche dalla personalità individuale e da quella dell’insegnante. L’animazione appena descritta evidenzia come si possono creare le condizioni migliori per apprendere, a vantaggio da tutti.
Star bene se la propria squadra vince è sicuramente diverso dalla gioia per la sconfitta degli avversari. In tempi di violenza negli stadi sentire dai bambini che «si sta bene» quando la propria squadra vince, può essere una scoperta educativa molto interessante, che insegna agli adulti il valore dello sport. Il bambino tende a vivere lo sport con gioia, purtroppo imparerà dall’adulto a considerare avversari in tutti i sensi i tifosi dell’altra squadra. L’educazione sia a scuola che in famiglia aiuta a star bene se non crea rivalità, se guida all’accettazione di se stessi e degli altri, rispettando le idee di tutti.

Basta soltanto coinvolgere gli allievi e farli diventare protagonisti della propria formazione. A questo proposito molto spesso si iniziavano le animazioni chiedendo ad ognuno come si fosse svegliato al mattino, da solo o sollecitato dalla mamma, serenamente o contro voglia, facendo riflettere su certi comportamenti che potevano anche trasformare l’inizio e l’andamento di tutta la giornata, che potevano creare un ambiente sereno. Riflettere su questi semplici comportamenti, capire che si può aiutare anche i genitori (la mamma in primo piano) a star bene, significa educare a pensare.

Allo stesso modo si può migliorare il clima sociale a scuola verificando come i comportamenti di ogni allievo influiscono e condizionano quelli degli altri. Per star bene con se stessi e con gli altri quindi è importante la comunicazione positiva.

Seconda sperimentazione
L’altra esperienza è stata condotta in alcuni licei (classico, scientifico, linguistico) di Torino col progetto psicologia salute, che delinea un programma di formazione molto articolato: è indispensabile conoscere se stessi per mantenere la salute e il benessere psicofisico. L’intervento orientativo e di prevenzione, aiuta lo studente a prender coscienza di alcune problematiche della personalità, causa o conseguenza sia dei risultati scolastici sia dell’inserimento sociale. 
La personalità, il rapporto con se stessi dipende da molteplici fattori che interagiscono. E’ difficile dire comunque quanto influisca l’ambiente e quanto l’individuo stesso sulla propria crescita e formazione. Per aiutare l’allievo a prendere coscienza di se, delle proprie capacità e possibilità sono stati sperimentati «metodi di apprendimento e di studio, tecniche di comunicazione e socializzazione, tecniche di memorizzazione, tecniche di rilassamento, brain-storming, problem solving, training delle abilità di orientamento alla scelta della facoltà universitaria o del lavoro più congeniale. È un programma ambizioso che già in questa prima fase sperimentale cambia l’ottica, la struttura e l’organizzazione scolastica, perché mette in primo piano l’allievo con le sue esigenze.
Principi che già Rousseau aveva sostenuto due secoli fa prospettando una rivoluzione copernicana in pedagogia. È la scuola che può educare ad apprendere, valorizzando l’allievo e limitando così la mortalità scolastica, la dispersione o peggio ancora la fuga dalla realtà, di fronte alle frustrazioni.
In un primo incontro, chiariti gli obiettivi dell’intervento, è stato distribuito a tutti gli allievi il questionario sull’efficienza nello studio (5). Il questionario identifica alcuni fattori che contribuiscono al successo scolastico attraverso 100 domande. Dopo un’accurata correzione si delinea il profilo individuale secondo quattro scale di valori: prontezza negli impegni, metodo di lavoro, atteggiamento verso gli insegnanti, accettazione dei fini. Una percentuale notevole, in media il 35% degli studenti, ammette lo scarso impegno verso lo studio correlato con una certa disorganizzazione e discontinuità. Solo una minima percentuale, 8% circa, indica nei propri insegnanti la causa del proprio insuccesso. Altri, il 65%, non ha un metodo di studio collaudato, cioè non ha strategie efficaci per apprendere: quasi sempre però il risultato delle interrogazioni è inferiore all’impegno.

Forse buona parte dei problemi dei giovani nascono dalla scarsa conoscenza delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Sicuramente l’antico imperativo socratico, fatto proprio anche dai latini «nosci te ipsum» incontra difficoltà ancora oggi. utilizzare il «brainstorming» per conoscere se stessi diventa allora un lavoro di gruppo utile, una ricerca che la scuola dovrebbe programmare sistematicamente. Gli allievi producono una quantità notevole di idee, che vengono scritte alla lavagna senza correzione.
Il fatto di accettarle, di trascriverle, giuste o sbagliate, stabilisce anzitutto maggiore fiducia tra insegnanti e allievi, ma anche dell’allievo in se stesso. Sentirsi coinvolti, partecipare ad un lavoro che aiuta a capirsi, è gratificante. Alla fine le idee sono tante ed è necessario mettere ordine, eliminare le ripetizioni, classificare secondo alcuni parametri di riferimento. Quali elementi concorrono a formare l’aspetto fisico? Esiste una componente genetica, ereditaria che ci fa essere così come siamo fisicamente, ma ci sono anche fattori che ci rendono diversi dai nostri genitori.

In sintesi gli allievi hanno evidenziato le voci che concorrono ad una migliore conoscenza di se stessi: 

ASPETTO FISICO
alimentazione, cura e igiene personale, difesa della salute con una sana attività fisica, aspetto estetico per l’accettazione di se, del proprio corpo, del proprio sesso, conoscenza dell’anatomia e della fisiologia, interdipendenza delle funzioni fisiologiche e rischio di danni irreversibili (tabagismo, alcolismo, obesità/anoressia, insonnia, sforzi eccessivi…).

ASPETTO PSICOLOGICO
personalità, carattere e temperamento, complessi, sicurezza, ansia, tensione emotiva, paura, aggressività, autonomia, autoaccettazione, autofiducia, autocontrollo, equilibrio, introversione, estroversione, comportamenti coscienti o inconsci, costanza, interesse e attenzione, concentrazione, instabilità o labilità dei comportamenti e dei pensieri.

ASPETTO SOCIALE

assieme al carattere e alla personalità, all’introversione, estroversione che favoriscono o meno il rapporto con gli altri, è importante l’ambiente familiare aperto e stimolante per le prime esperienze di socializzazione; star bene con se stesso e con gli altri: la comunicazione, i rapporti interpersonali, la competitività più con se stessi che con gli altri, l’aiuto che riusciamo a dare o ricevere dipendono infatti anche da come siamo stati educati a socializzare. Tutto ciò influisce sul carattere, sull’aggressività o meno, sul modo di vivere. La famiglia è quindi il punto di partenza dello sviluppo della personalità, dell’intelligenza, della socializzazione.
I 600 allievi partecipanti alla iniziativa non costituiscono senz’altro un campione rappresentativo del complesso mondo scolastico, ma i dati sono stati interessanti: in primo piani il bisogno di «saperne di più», di acquisire maggior fiducia nelle proprie capacità, di comunicare. Una correlazione significativa tra personalità e rendimento scolastico, costituisce inoltre la base per capire meglio i problemi psicologici e quelli didattici: è necessario per gli studenti prendere coscienza di quel che stanno imparando, verificare il metodo, controllare il tempo reale dedicato all’apprendimento.
Del resto la scuola non insegna a studiare, a organizzare il tempo e lo spazio, magari perché erroneamente si ritiene siano capacità innate negli studenti. Lev Landa sostiene infatti «… la ragione principale della scarsa efficacia dell’istruzione sta nel fatto che gli obiettivi educativi sono spesso formulati in modo impreciso. I parametri che è necessario conoscere perché i processi intellettuali dello studente vengano efficacemente controllati, spesso non vengono indicati; lo studente non sa esattamente cosa sta cercando, cosa vuol sapere cosa vuole imparare» (6).
Per ottenere un migliore risultato negli studi l’allievo dovrebbe problematizzare l’apprendimento facendo domande su tutto ciò che vuol conoscere, per sapere cosa vuol sapere, quasi a continuare quel processo iniziato verso i tre anni «nell’età dei perché». Un metodo per essere più attenti e dinamici nello studio è quello di Robinson (7): l’argomento da studiare si affronta per gradi secondo la formula della lettura SQ3R, che tradotta significa: 

S=Survey = scorrere 
Q=question = domandare 
R=read = leggere
R=Recall = rielaborare
R=Review = verificare

Contrariamente a quanto fa di solito lo studente prima di cominciare a leggere, è necessario scorrere la pagina per avere un’idea del contenuto, in base al quale porsi domande. A questo punto la lettura diventa efficace ed efficiente: sapendo cosa si vuole apprendere e trovando le risposte alle domande iniziali si favorisce l’apprendimento dei concetti fondamentali e la memorizzazione. Non si tratta certamente di imparare a memoria senza capire, ma di organizzare strategicamente le informazioni e coscientemente collegarle tra loro e con quelle precedenti. Dimenticare, come succede allo studente dipende da due fattori: 
1) da come si apprende; 
2) dall’ansia e dalla tensione nel momento della prova.
Quando i concetti fondamentali sono stati appresi ed elaborati e si è sicuri di aver memorizzato, è difficile dimenticare. L’ansia e la tensione durante le interrogazioni sono state attenuate con le tecniche di rilassamento e la desensibilizzazione.


Ansia e rendimento

Nel corso dell’intervento è stata verificata l’incidenza dell’ansia sul rendimento scolastico, con la tecnica della misurazione soggettiva. Ogni allievo doveva cercare di quantificare l’ansia provata al pensiero di essere interrogato, subito, il giorno successivo, o tre giorni dopo. Niente ansia equivale a zero, il massimo è cento». Prima dell’interrogazione l’ansia è cento per il 65% degli studenti, è 50 per il 25%, mentre è nella norma (da 20 a 30) e non crea disagio per il 10%.

Si capisce quindi quanto sia stato utile agli allievi imparare a tenere sotto controllo l’ansia, sia agli effetti del rendimento che della salute. Il fenomeno psicologico ha effetti facilmente riscontrabili anche a livello fisiologico; al solo pensiero di trovarsi davanti all’insegnante, insorge un certo malessere, la voglia di evitare la prova, un aumento dei battiti cardiaci, sudorazione eccessiva. ciò porta ad una scarsa concentrazione, con il rischio di precludere la possibilità di buoni risultati.

È come un allenamento involontario alla tensione che richiede un allenamento volontario (training) alla distensione, per ricreare l’equilibrio psicofisico. (8) E’ necessario allora desensibilizzare (in genere la difficoltà viene ingigantita a livello emotivo): riuscire a padroneggiare mentalmente le immagini, facilita anche il controllo delle emozioni; se si pensa all’esame o all’interrogazione e si immagina più volte di superare la prova, l’ansia si attenua, consentendo una migliore prestazione anche nella realtà.

Conoscere gli altri

Gli stessi parametri che aiutano a conoscersi meglio e star bene con se stessi possono servire a star bene con gli altri, in una parola a comunicare meglio. Anche per questo argomento si sono utilizzate le tecniche del brainstorming. I risultati, cioè l’insieme delle idee sulla comunicazione, sono stati poi analizzati per sviluppare in senso positivo i rapporti interpersonali, per migliorare la socializzazione in classe, per gestire la conflittualità. 
La psicologia, scienza dell’uomo, studia anche il modo di comunicare, la qualità della comunicazione e dell’informazione, l’elaborazione del messaggio. La teoria dell’informazione: secondo Shannon vi sono tre livelli di comunicazione: 
a) «un livello tecnico, riguardante l’accuratezza della trasmissione dei simboli; 
b) un livello semantico, riguardante l’accuratezza con cui i simboli trasmessi esprimono il significato voluto; 
c) un livello di efficacia, riguardante il grado in cui il significato recepito influenza il comportamento di qualcuno nel modo desiderato. 
Nella comunicazione umana si hanno spesso degli insuccessi, non perché l’informazione vada perduta nella trasmissione, ma perché chi manda l’informazione non è in grado di esprimere ciò che deve dire o perché il ricevente è incapace di interpretare il messaggio nel modo inteso di chi l’ha inviato. Le ragioni degli insuccessi nella comunicazione hanno spesso un’apparenza semantica, ma non di rado le loro radici affondano nell’organizzazione e nelle condizioni psicologiche di una delle due parti o di ambedue» (9). 

BIBLIOGRAFIA ORIENTATIVA
1 ) Salvatore Soresi «Guida all’osservazione in classe» dalla presentazione della collana «Apprendimento» ed. Giunti, Firenze
2 ) P. L. Lando «Introduzione all’ecologia psico-sociale» ed. A. Armando, Roma, 1976. 
3 ) Giorgio Prodi «Salute» Enciclopedia Einaudi v. 12 pagg. 394-427 par. 9 «La prevenzione» 
4 ) Lindsay – Norman «L’uomo elaboratore d’informazioni» – Introduzione cognitivista alla psicologia – ed. Giunti Barbera, Firenze,
5 ) Q.E.S. «Questionario sull’efficienza nello studio» adatt. italiano Clement Polacek O.S. organizzazioni Speciali Giunti Firenze 
6 ) Rowentri «Impara a studiare» ed. Armando, Roma 
7 ) Lev N. Landa «regolazione e controllo nell’istruzione» ed. Giunti, Firenze
8 ) Pozzi – Luban – Plozza «Training Psicosomatico» ed. Armando, Roma
9 ) J. Parry «Psicologia della comunicazione umana» ed Armando, Roma 
10 ) Boschi «Psicologia della Lettura» ed. Giunti, Firenze
11) Webster «Tecniche del leggere e ricordare» ed. Armando, Roma
12) C. Ricci «Psicologia dello studio» da Psicologia e Scuola n. 22 pag. 84-85 
13) Robert M. Gagnè «Le condizioni dell’apprendimento» ed. Armando, Roma,
14) Lee J. Cronbach «I test psicologici» – la misura degli interessi e della personalità – ed. Giunti – Barbera, Firenze
15) AA.VV: «Giochi psicopedagogici» metodologie e tecniche per l’educazione alla salute 1989 CLUP Milano
16) Carlo Trombetta «Psicopedagogia degli apprendimenti» ed. Zanichelli
17) Carlo Turkington «Psicoterapia e prevenzione» Psicologia contemporanea n. 96 nov. – Dic. 1989 
18) Hans J. Eysenck «Il carattere della salute» Psicologia contemporanea n. 93 Mag. – Giu. 1989 
19) Donata Francescato «Star bene insieme a scuola», La Nuova Italia Editrice, Roma, 1986 
20) Hamidon – Hunter «L’interazione verbale nella scuola» Franco Angeli editore 
21) Skinner – Correl «Pensare ed apprendere» ed. Armando, Roma
22) Germano Proverbio – «Progetto Scuola» ed. SEI ,Torino
23) Guido Giugni «Introduzione allo studio delle scienze pedagogiche» ed. SEI, Torino

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