Maternità

Sognare un figlio
– L’esperienza interiore della maternità –
di Monique Bydlowski – Edizioni Pendragon, Bologna 2004, euro 14,00

di Maria Vittoria Bossolasco

La maternità, dopo essere stata a lungo considerata soprattutto come istinto biologico universale, che accomuna la specie umana ad altre specie, ci mostra attraverso la profonda analisi di Monique Bydlowski, neuropsichiatra francese a orientamento psicanalitico, il suo lato nascosto di avventura della psiche. Il bambino prenatale, che nella sua dimensione biologica reale, visibile attraverso l’ecografia, di per sè non suscita nella madre particolari emozioni, viene ad essere umanizzato attraverso le costruzioni materne, i suoi fantasmi ed i suoi ricordi che ne definiscono psichicamente i contorni incerti attraverso un’ opera di “artigianato”, un’ “elaborazione silenziosa che si svolge in profondità e che richiede tempo e lentezza”. Quest’opera proseguirà dopo la nascita quando la diade madre-bambino “sarà ancora quotidianamente impegnata in un danza più o meno armoniosa, in cui i sentimenti e le paure della giovane madre costruiranno, trasferendosi a lui, la pietra angolare della personalità del bambino”.

Dopo essersi caratterizzata come destino per numerose generazioni di donne, la maternità rappresenta oggi una scelta che interrompe un’altra scelta, quella di contraccezione, ed è per la donna un’occasione particolare perché durante la gravidanza la psiche attraversa una particolare condizione di trasparenza psichica che, per il venir meno della rimozione, permette l’affiorare di trame psichiche inconsce e la riattivazione del passato. 
Il bambino, viene così ad essere testimone indiscreto del passato, di parti del sé materno che la madre stessa non conosce, e che spesso non desidera neppure conoscere. In questa prospettiva l’angoscia di cui il momento del parto si carica rappresenterebbe non tanto la paura atavica della morte, ormai pressoché ingiustificata per il progredire della scienza, quanto piuttosto la paura di rivelazione di sé attraverso il bambino. La nascita fa rivivere a ciascun genitore i momenti conflittuali della sua prima infanzia, ovvero le difficoltà del proprio attaccamento, e questa riattivazione nella giovane madre va a sommarsi agli sconvolgimenti ormonali del dopo-nascita, producendo nel neonato una serie di sintomi che traducono ed esprimono il malessere materno, “con la necessità di intervenire al più presto perché il bambino non attende”.

Per lo stato di trasparenza psichica può accadere che le antiche ferite psichiche ancora vive nella madre esercitino un effetto patogeno sul bambino che verrebbe a dar voce, con il suo corpo e con la sua mente, al disagio materno. La paziente e sapiente costruzione della psiche del bambino all’interno della diade madre-bambino, infatti, può venire disturbata quando nella donna non è soddisfatto il bisogno di idealizzazione materna. Per poter diventare madre, la donna dopo essere passata attraverso la fase edipica, deve averla superata così da poter recuperare la madre pre-edipica, la buona madre originaria, con le sue valenze di tenerezza e di protezione, per trovare nella relazione con lei, intrisa di gratitudine, il retroterra su cui appoggiarsi.

L’aborto, allora, starebbe ad indicare che la donna preferisce liberarsi dell’ingombrante immagine materna pre-edipica che porta dentro di sé, piuttosto che consentire l’instaurarsi verso la propria madre di un debito di riconoscenza. In quest’ottica la sterilità, evidenzierebbe allora il fraintendimento del desiderio di un bambino che si conclude con un “non voglio” detto dal corpo. La sterilità, estremamente infrequente negli animali, per i quali la riproduzione ha un ruolo puramente biologico di protezione della specie, verrebbe invece ad avere nell’uomo una funzione protettiva per la psiche individuale a scapito della specie. Mentre la donna che aspetta un bambino ha bisogno di identificarsi con un’immagine materna positiva, tenera e vulnerabile, così da poter ricevere il bambino che sigilla il debito tra le due generazioni, la sterilità può trovare una rapida risoluzione nel caso in cui la donna possa vivere un’esperienza rifondatrice nel quadro di un transfert verso il medico.

La prospettiva evidenziata da M. Bydlowski, in linea con le acquisizioni più recenti relative alla formazione della vita psichica, è estremamente feconda sotto l’aspetto preventivo e terapeutico: il periodo dell’attesa di un bambino può diventare il luogo d’indagine dell’inconscio e consentire un intervento con funzione protettiva, sia perché nella donna si sviluppa uno stato di fiducia infantile favorevole alla presa in carico, sia perché la trasparenza del suo stato psichico favorisce l’emergere delle rappresentazioni nel corso dei colloqui e permette la loro condivisione con un interlocutore disponibile. Per questo può essere opportuna da parte di uno psicoterapeuta una presa in carico della donna in gravidanza, soprattutto nel caso in cui non possa contare su un’identificazione materna positiva.

I risvolti psichici della maternità, poi, possono essere particolarmente drammatici nel caso in cui la gravidanza si concluda con la morte del neonato o con la morte intrauterina del feto, condizioni che assumono la connotazione di “dramma muto”, e che sono il presupposto per l’insorgenza di un lutto patologico o possono scatenare, nel migliore dei casi, un bisogno di riparazione creativa attraverso produzioni artistiche o la nascita di un altro bambino.
M. Bydlovski sottolinea inoltre la differenza tra il desiderio di gravidanza, che denota la necessità di essere rassicurata sulla propria capacità riproduttiva dopo un periodo di infertilità volontaria, il desiderio di un bambino, espressione di una sana condizione ed il bisogno di un bambino che a differenza della condizione di desiderio si esprime con una domanda esigente, aggressiva, anche in rapporto ad un precedente lutto.
E’ poi estremamente interessante l’analisi dell’Autrice sui rituali della nascita a partire dalla considerazione che essa non è un semplice evento naturale come per le specie animali ma è circondata da varie usanze.

Inoltre viene dato rilievo al fatto che la maternità, avendo le sue radici nella parte femminile della bisessualità umana, non è prerogativa esclusiva della donna, ma si ritrova anche nell’uomo, ed è un’esperienza interiore da cui gli uomini si difendono, o con cui si cimentano, in una condizione di possibile rivalità con la donna. Il libro, non particolarmente voluminoso per il numero di pagine, si presenta particolarmente denso di contenuti ed estremamente qualificato, così da indurre il lettore a coglierne a fondo gli spunti che offre. Nonostante il linguaggio abbastanza complesso, si rivolge non solo agli addetti ai lavori ma ad ogni donna che desideri interrogarsi in quanto madre reale o potenziale, al di là del semplice istinto riproduttivo e della trasmissione delle caratteristiche biologiche, e le fornisce interessanti chiavi interpretative per comprendere meglio il processo che l’accompagna dal momento in cui desidera un bambino alla maternità reale, sia nel caso in cui si svolge in modo sereno sia qualora si concluda con esiti altamente drammatici.

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