Cinema

“La stanza del figlio”, una chiave di lettura del film di Nanni Moretti: la vita, la morte, le ossessioni.

«Qualche volta la vita è bella, tutto va bene, poi d’improvviso mi prende un gran freddo e mi annoio». [Jean Gabin nei panni del protagonista Pepel in “Verso la vita” (1936) di Jean Renoir]

 

A guardarlo una seconda volta, “La stanza del figlio” di Nanni Moretti (2001) appare con più forza un film sulle ossessioni della vita quotidiana, sulle idee fisse amplificate dal senso dell’irreparabile.

Il dramma della morte si abbatte su una famiglia di Ancona, frantumando gli affetti e gettando nella disperazione i componenti. Dopo la morte il mondo appare sotto una luce più forte, il coinvolgimento è maggiore, il distacco dalle cose diventa difficile, i problemi della vita si affrontano con accentuata fatica. Ma la vita è in fondo uguale a prima. Anche se nei gesti ripetuti quotidianamente è evidente un peso maggiore, si vive lo stesso.
A 47 anni, Nanni Moretti dà prova della propria maturità di cineasta e affronta il tema della perdita con saggezza e profondità. Non è forse un caso che, quasi alla stessa età, a 46 anni, François Truffaut diresse “La camera verde” (1978), film sulla scomparsa e sull’amore. “Io sono contro l’oblio – dichiarò in una celebre intervista Truffaut – che è una frivolezza enorme, la frivolezza dell’attualità è una cosa che non sopporto. La forza del ricordo, della fedeltà e delle idee fisse è più potente. Io rifiuto di dimenticare”.

Un evento luttuoso rappresenta una svolta nella vita di ognuno di noi, un punto al quale si rimane ancorati nelle consuetudini e nella routine di tutti i giorni. Ed è così che “La stanza del figlio” descrive le sfide e i limiti, stabiliti dai protagonisti quasi per alleggerire il carico – dopo la morte, maggiore – della quotidianità. Le porte che si aprono al mattino per richiudersi alla fine della giornata assumono così un significato più grave. La visione negativa della realtà si concretizza simbolicamente nell’arco di ogni giornata, nei dettagli e nei particolari della casa: gli oggetti rotti, le tazze sbeccate, i vetri in frantumi.
Una delle pazienti dello psicologo di Ancona Giovanni Sermonti – il protagonista che nel film è interpretato da Nanni Moretti -, è una donna turbata da ossessioni banali quanto devastanti. Le sue manie di precisione e igiene le rendono la vita impossibile: la donna stabilisce date e prove inderogabili a ritmi sempre maggiori, ma non riuscendo a rispettarle, cade nello sconforto.

Una patologia che colpisce, in forma più leggera, anche gli altri protagonisti della storia. In una delle scene più profonde del film, Giovanni ascolta in modo maniacale e ripetitivo una sezione del brano “Water dances”, di Michael Nyman, vero genio delle ossessioni in musica. Sembra quasi che nella ripetizione continua della vita si possa riuscire ad accettare e ad assimilare il senso della morte. Una chiave di lettura del film suffragata da moltissime scene: la figlia che dopo un allenamento di pallacanestro non vuole uscire dalla palestra senza aver fatto almeno dieci canestri di seguito, i gesti usuali compiuti dalla famiglia a colazione, la corsa, il cibo, le visite dei familiari nella stanza di Andrea, dopo la sua morte.
Anche nel viaggio finale – un vero colpo di genio nella sceneggiatura – le mete vengono dilazionate verso la destinazione in una continua prova dagli effetti catartici. L’ultima, illogica e al contempo spontanea, nella quale i protagonisti tornano ad avviarsi verso la vita.

Daniele Passanante

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