Gambling

Dipendenza dal gioco d’azzardo
– Fino ai videogiochi (e dintorni) –

Psicologia del gioco d’azzardo
Prospettive psicodinamiche e sociali di Gioacchino Lavanco
19 €, 2001 McGraw-Hill

di Emanuele Passanante

La lettura del volume di Gioacchino Lavanco è stimolante perché fa scoprire un mondo complesso e variegato, quello del giocatore d’azzardo, partendo dal gioco come esigenza individuale e sociale: aspetti psicologicipedagogico-educativiterapeutici si intrecciano con quelli storici, giuridici e letterari, sopratutto per far riflettere. Dice infatti alla fine l’autore: «Questo libro ha voluto rappresentare azzardosamente uno spazio di riflessione e di intervento per i corpi e le menti che sanno azzardare, scommettere in modo sostenibile».

Si legge come un romanzo, nel senso che è raro in un libro scientifico riccamente documentato, far prevalere un linguaggio sempliceaccessibile a tutti. Al di là del gioco, la parola azzardo viene usata in senso negativo: “non ti azzardare”, nella comunicazione corrente e nei rapporti interpersonali, quando si vuole impedire un comportamento ritenuto pericoloso. L’autore ha simpatia, è favorevole all’azzardo non patologico, come coraggiosa scelta di vitacapacità decisionale.

Fin dalla prefazione diventa subito chiara la distinzione tra gioco che aiuta fin da bambini a crescere, come divertimento, piacere di competere con se stessi e con gli altri, e azzardo, rischio, che può rendere la vita più vivibile, dinamica e creativa fino ad un certo limite, oltre il quale annulla l’Essere e la sua autonomia. Il gioco fa parte di noi, della vita: è difficile immaginare bambini e adulti che non giocano, cambia solo il tipo e la qualità del divertimento in competitività con se stessi o con gli altri.

“Gioco serio al par di un lavoro”
Pedagogisti come RousseauPestalozziFrobel hanno sostenuto la valenza educativa del gioco. Nella vasta gamma dei giochi attuali da quelli tradizionali a quelli virtuali, per bambini e per adulti, è ancora possibile intravedere una finalità educativa e sociale? Quali obiettivi formativi può avere quel videogame che premia il giocatore che uccide più pedoni sulle strisce?

Forse, come per le sigarette, bisognerebbe scrivere sull’involucro che il contenuto è pericoloso per la salute mentale, altrimenti si potrebbe pensare che uccidere stia diventando un gioco divertente. Anche i videogiochi possono e debbono rimanere un divertimento, in quanto si gioca per il piacere di giocare, altrimenti “chi conduce il gioco?” se non si può smettere quando si vuole, liberamente? Come non concordare con Gioacchino Lavanco sulla imprescindibile necessità di educare, formare le menti e non solo al gioco creativo, ma a modificare lo stile di vita per vivere meglio?

La società del terzo millennio deve riflettere sulle notizie allarmanti di bambini che rimangono inebetiti dopo ore trascorse davanti ai videogame: un bambino di cinque anni dopo ore di gioco con laplaystation è crollato a terra morto. Entra prepotentemente in gioco l’aspetto educativo, in famiglia e a scuola. È il caso perciò di valorizzare ancora la saggezza popolare “un bel gioco dura poco“.

Chi conduce il gioco?
È la domanda che dovrebbe far prendere al giocatore coscienza del limite e far percepire il rischio, ma l’azzardo spesso non fa parte, non comprende e non contempla un limite. In ogni dipendenza, l’altra metà del cervello razionale emotiva non entra – è il caso di dirlo – in gioco: il giocatore patologico è il risultato di una serie di elementi dinamici riferibili essenzialmente a caratteristiche specifiche del soggetto (biologiche, psicologiche), dell’ambiente e del momento specifico. Nel gioco di coppia, di squadra, c’è chi vince e chi perde; chi si affida alle abilità e alle doti personali e chi alla fortuna; il bambino piccolo non vorrebbe mai perdere.

E la fortuna che si tira sempre in ballo: c’entra, esiste, il destino, il fato? Quale ruolo gioca nella vita di ciascuno di noi e del giocatore in particolare?

Il giocatore sogna un’altra vita mentre distrugge la sua. Dice l’autore: «Avremo bisogno di “cultura del gioco“, piuttosto che di ostracismo, avremo bisogno del piacere del divertimento del pensiero magico, piuttosto che della trappola di un pensiero magico che chiude in sé le nostre parti “azzardose” – i corpi e le menti che sanno azzardare: scommettere in modo sostenibile e direi utile alla crescita e al benessere personale, se prevale il gioco come socializzazione e capacità discommettere con la vita, senza distruggerla».

Il gioco è anche un’attività socialecompetitiva, in quanto c’è sempre un avversario contro cui ci si deve scontrare, può essere il casinò, l’allibratore, lo Stato, il destino. L’incertezza dell’esito e il rischio sono la parte essenziale del gioco (Kusyzsym, 1984) e procurano al giocatore stimolazioni cognitive, che si manifestano nel prendere decisioni fisiche, emozionali, affettive, nella speranza di vincere e nella paura di perdere.

Nel gioco d’azzardo sono ripetuti alcuni valori che svolgono un ruolo importante nella nostra società: il valore dell’audacia, della competitività, della capacità di approfondire situazioni e diassumersi rischi.

E in questo caso è semplice quanto rischiosa l’evoluzione dal piacere del gioco al crollo dell’autonomia, dell’autocontrollo al tracollo economico. Ho seguito in terapia per pochissimo tempo, il caso di un miliardario, che guadagnava, quasi un miliardo all’anno, ma entrato nel giro deicasinò (Sanremo, il preferito) si è ridotto sul lastrico, trascinando nel baratro la famiglia e rimettendoci la salute e l’equilibrio psicofisico.

Può il gioco d’azzardo non creare dipendenza? Dire che la caratteristica principale dovrebbe essere il divertimento, il piacere di mettersi in gioco, di azzardare, scommettere senza l’accanimento, l’ossessione, la coazione a ripetere. L’uomo è un animale essenzialmente creatore, perché allora ama tanto distruggere?

La psicologia ha seguito con una ricca documentazione i due percorsi del social gambler e delpathological gambler
– Conduco io il gioco, mi diverto, provo emozioni, sto bene con gli altri 
– Conduce il gioco, sono prigioniero, schiavo, non riesco a smettere e mi distruggo.

Di contro al senso di onnipotenza che ama il rischio, e ricerca il sensazionale, un uomo sempre più fragile si è affacciato alle soglie del terzo millennio: fortunaabilità, quanto incidono e in che misura, nel coinvolgimento del giocatore?

Oltre la demonizzazione alla ricerca del piacere, questo libro allora è un transito, la possibilità disuperare lo stereotipo del gioco demoniaco e patologico, alla ricerca degli aspetti sociali del gioco problematico. Uno spazio per pensare e ripensare un’altra storia, il gioco come socializzazione e capacità di scommettere con la vita, senza distruggerla. E se il giocatore, magari con l’aiuto dello psicoterapeuta, scommettesse, di voler “condurre il gioco” per il proprio benessere?

Questa conclusione è in sintonia con la nostra recente ricerca sul fumo e altre dipendenze: abbiamo coinvolto gli studenti in un percorso formativo, alla scoperta e all’insegna della valutazione della propria autonomia. Una scommessa educativa che le politiche scolastiche dovrebbero adottare al più presto. Di fronte al dilagare di ogni tipo di dipendenza è necessario puntare alla valorizzazione personale e sull’autoefficacia percepita (Bandura).

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