Fumo: la prevenzione non è un gioco

sigarettaFare prevenzione dal tabacco con i soldi dei produttori e dei distributori di sigarette? Sembrerebbe un controsenso, ma in Italia c’è chi lo fa. E chi protesta

I ragazzi che fumano rappresentano sicuramente un problema sociale. Secondo un indagine Swg per il Moige, il Movimento italiano dei genitori, a cui la stampa ha dato  recentemente ampio risalto, il 37 per cento dei genitori ammette di sapere che il figlio fuma sempre o spesso, l’8 per cento non ha mai parlato ai figli dei danni provocati dal fumo e il 60 ha provato, ma senza successo, a convincerli a smettere. Il Moige è famoso soprattutto per le campagne sulle fasce protette in televisione, l’ultima delle quali contro la sit-com di Alessia Marcuzzi in prima serata. Non tutti sanno però che quest’associazione, che spesso si arroga il diritto di rappresentare i genitori tout court, porta avanti questo tipo di progetti di prevenzione sul fumo e i minori, grazie al finanziamento di Philip Morris, multinazionale del tabacco e della Fit, Federazione italiana dei tabaccai. Ad accorgersi di quella che in altri Paesi in campo scientifico è considerata un’anomalia è un esperto di prevenzione, un docente universitario, il professor Giacomo Mangiaracina, presidente della Sitab (Società scientifica per lo studio del Tabacco, del Tabagismo e delle patologie Fumo-correlate) che ha protestato pubblicamente ponendo un problema etico e facendo notare ai rappresentanti del Moige che non è credibile e del tutto inefficace un progetto di prevenzione dal fumo fatto con i soldi di chi il tabacco lo produce e lo vende. Il problema è serio se si considera che in italia ci sono ogni anno 80mila morti e 30mila tumori polmonari da tabacco e le campagne di prevenzione devono essere efficaci oltre che serie. «Queste campagne – spiega il professor Mangiaracina, che nel 2004 ha scritto un saggio di 450 pagine sulla prevenzione del tabagismo e che sull’argomento tiene un corso di promozione della salute all’Università La Sapienza – sono prive di efficacia, condannate dalla comunità scientifica internazionale, in grado di promuovere subdolamente il “friendly marketing” ovvero una immagine amichevole del fabbricante e del venditore di tabacco». In effetti a livello logico è un controsenso che chi produce e chi vende il tabacco, chi cioè è direttamente o indirettamente responsabile di decessi e malattie, possa pensare di ripulirsi la coscienza con progetti di prevenzione. Ma al Moige non ci stanno. Antonio Affinita, direttore generale dell’associazione, replica secco alle accuse: «Se si preferisce che queste iniziative non vengano fatte per nulla, allora diciamolo. Non essendoci interventi dello Stato , non possiamo far altro che chiedere la responsabilità sociale da parte del mondo del tabacco. Riteniamo che sia importante che chi svolge una determinata attività, si impegni a fare in modo che i minori non fumino. Chi ci dà i soldi ci interessa fino a un certo punto». Un’affermazione quest’ultima, che dal punto di vista etico lascia qualche dubbio.

Certo, in Italia, nonostante lo Stato incassi dalla vendita delle sigarette oltre 10 miliardi di euro l’anno, non è ancora stato istituito un Fondo nazionale per la lotta al tabagismo che possa, come accade in altri Paesi, finanziare campagne di sensibilizzazione sui rischi del fumo. E in un campo in cui questo tipo di progetti non viene finanziato dallo Stato, le associazioni si arrangiano come possono. «Ma prevenzione non è bacchettare la Rai per le fasce protette» tuona il professor Mangiaracina. E dal Moige insistono sulla validità del proprio progetto, segnalando che il finanziamento di tabaccai e produttori non entra nel merito degli interventi e che si tratta di un contributo cieco: «Non è una sponsorship – tiene a precisare Affinita -, ma in realtà è una donazione cieca, siamo noi ad avere la responsabilità del progetto, nel quale ricordiamo ai genitori che non devono lasciare le sigarette in mano ai bambini e non devono mandare i figli a comprarle, oltre a ricordare la norma, un decreto regio di epoca mussoliniana del 1934. Se possiamo fare un’iniziativa che ricordi questo tema, ma perché no». Nessun problema etico quindi? «Se queste aziende hanno il diritto ad essere legali in un sistema – conclude Affinita del Moige – è quindi giusto che abbiano il dovere di sostenere non solo questa ma anche altre decine di queste campagne. Se hanno ovviamente diritto di esistere. È giusto che ci sia una responsabilità loro e non una criminalizzazione». Ma Mangiaracina si spinge oltre, e per spiegare il problema che come esperto gli sta a cuore, fa un paragone forte: «È come dire a un pedofilo di fare educazione sessuale nelle scuole. La prevenzione non si può improvvisare perché una delle cose di cui siamo certi è che la prevenzione fino ad ora è stata inefficace. L’unica cosa certa è che i ragazzi restano tali e quali e questo tipo di prevenzione non incide e non modifica i comportamenti. In campo scientifico quando presentiamo uno studio: dobbiamo dichiarare che non abbiamo ricevuto finanziamenti dalle compagnie del tabacco, altrimenti lo studio non può essere pubblicato è conflitto etico. Se invece non si pubblica, o l’intervento non è stato misurato o è stato inefficace». D’altra parte le multinazionali del tabacco hanno tutto l’interesse a non far fumare i minori. La vita del fumatore è merce preziosa, non va stroncata subito, ma semmai prolungata il più possibile in modo da garantire più consumo di sigarette e più introiti nel tempo.

«Il Moige – replica Mangiaracina -, in buona fede, probabilmente pensa di sottrarre soldi dalle compagnie del tabacco, ma nelle campagne pubbliche vengono veicolati i marchi e si fa comunque pubblicità. D’altra parte da sempre le compagnie del tabacco investono in prevenzione. Nel film “Thank you for smoking“, il referente delle compagnie del tabacco dice: non vogliamo che i ragazzi prendano il cancro perché altrimenti poi non diventano consumatori». A mettere d’accordo tutti potrebbe arrivare l’istituzione del Fondo nazionale pre la lotta al tabagismo: «Si tratta di una proposta di legge bipartisan – conclude Mangiaracina – firmata dai senatori Ignazio Marino (Pd) e Antonio Tomassini (Pdl), Presidente della XII Commisione Igiene e Sanità del Senato, che si propone di creare un Fondo nazionale per la lotta al tabagismo, per le politiche di controllo del tabacco grazie alla quale finalmente si farebbe la prevenzione con criteri scientifici, con una commisisone di esperti a livello nazionale che valutano le progettualità e le seguano di continuo, nelle scuole, nelle campagne mediatiche. Con l’introito fiscale si accantona una quota del 10%, delle accise provenienti dalla vendita delle sigarette e verrebbe accantonato il 10% per creare il fondo nazionale».

Secondo te è giusto fare prevenzione sui pericoli del fumo con i soldi dei produttori di tabacco? Dì la tua.

Daniele Passanante

 

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