Dipendenze

Homo dipendens
Una nuova specie di uomo si aggira nella società: tra antropologia e psicologia…
di Giancarlo Bergonzini ed Emanuele Passanante

Gli antropologi si sono sempre chiesti che cosa fa di un primate evoluto un uomo. In un primo tempo si è riconosciuto come tratto specifico dell’umanità la stazione eretta (Homo Erectus): o la capacità di costruire utensili (Homo Faber) o un cervello voluminoso (Homo Sapiens).

Dopo Aristotele si è spesso parlato di Homo Oeconomicus (anche di recente ne ha parlato Herbert A. Simon, 1998).

Oggi si parla di Homo Ludens (Johann Huitzinga), di Homo Videns (Giovanni Sartori – 1997). Nessuno ci pare abbia posto in sufficiente risalto un’altra caratteristica della nostra specie: la dipendenza (Homo Dipendens).

La lentezza dei processi maturativi (mielinizzazione delle cellule nervose, ossificazione dei tessuti cartilaginei, ecc.) la prolungata inadeguatezza umana per ciò che attiene l’acquisizione della stazione eretta e soprattutto del linguaggio articolato, fanno dell’uomo una specie inetta, dall’infanzia più prolungata di qualsiasi altro primate. (Un cerbiatto dopo poche ore dalla nascita è in grado di seguire, anche se un po’ malfermo sulle gambe, la madre; un aquilotto dopo pochi mesi è in grado di volare e di cacciare piccole prede). Solo l’uomo impiega anni per diventare un essere autosufficiente e un adeguato produttore di cultura. La maggiore intelligenza umana si paga con una più prolungata inadeguatezza, con una più diffusa “dipendenza” fino all’età adolescenziale.

È con l’adolescenza che la tendenza alla dipendenza diventa il problema centrale dell’uomo: come superare senza strappi, senza fughe in avanti ma anche senza troppe resistenze questa tendenza che lo seguirà per tutta la vita?

Una così protratta ed anomala subalternità non poteva infatti non caratterizzare e condizionare vistosamente la crescita umana, una crescita che da sempre ha dovuto fare i conti – per il sociologo Luciano Gallino – con una duplice contrastante esigenza:

1) porre in essere comportamenti che consentano ad ogni attore sociale di conseguire ed affermare la sua identità (focalizzando tratti e caratteri che lo distinguono dai suoi simili e lo realizzano come entità unica e irrepetibile)

2) perseguire comportamenti che affermano il nostro bisogno di identificazione, cioè di sentirci parte di una famiglia, di un gruppo, di una collettività, di cui condividiamo le scelte valoriali e le condotte morali.

È da questa duplice anima, da questa profonda ambivalenza che secondo noi hanno origine le grandi potenzialità, le molteplici opportunità di crescita di cui gode l’uomo, ma anche i troppi pericoli che questa assuefazione alla dipendenza comporta. I pericoli insiti nella nostra atavica, strutturale inclinazione al gregarismo, alla subalternità sono sotto gli occhi di tutti.

Appena finita la poppata dal seno materno, abbiamo ancora bisogno della tettarella che ci consente l’illusione di essere ancora attaccati al seno, abbiamo bisogno “dell’oggetto transizionale” (l’orsacchiotto di peluche, la coperta di Linus ecc.) che secondo Winnicott ci gratifica di sempre nuovi sostituti materni.

Ciò anche se verso i tre anni il bambino sente il bisogno di autonomia, dice spesso: “Sono grande”. E cerca di liberarsi del controllo materno e di allontanarsi da solo.

Ma è solo con l’adolescenza che il bambino riesce con successo a superare la dipendenza dai genitori, o come più spesso accade, passa dalla dipendenza del gruppo famiglia, a quella del gruppo dei pari.

Ecco il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, di condividerne i valori, ma soprattutto i comportamenti ed i rituali, espressione qualificante di appartenenza e quindi di adultità. Ecco nascere la ricerca di una ostentata cultura segnica (pettinature stravaganti, piercing, tatuaggi, fumo, ecc.).

Ecco riemergere il bisogno di “riti di passaggio” o, come dicono, gli antropologi, di riti iniziatici: si tratta di un momento particolarmente significativo e importante che gli uomini primitivi esaltavano con rituali molto elaborati, che a volte duravano alcuni giorni, in cui si sottoponevano i giovani a prove molto dolorose, spesso cruente, prima di ammetterli a far parte del gruppo dei guerrieri cioè del gruppo degli adulti.

Le società moderne hanno perduto questo rito, ma non l’esigenza che lo esprime. È così che di solito, questi riti di iniziazione formale sono stati sostituiti da riti improvvisati, meno elaborati e più caserecci, ma non per questo meno trasgressivi come il fumo, l’alcol, la droga.

Quando un adolescente cessa di essere tale ed entra nella cerchia degli adulti? Semplice a dirsi: quando comincia a ragionare con la sua testa, quando afferma la sua autonomia ed indipendenza dalla famiglia, ma nel contempo entra a far parte a pieno titolo di un gruppo di adulti.

È un evento che normalmente si realizza a piccoli passi, con piccoli scostamenti rispetto alla morale famigliare grazie a semplici, informali riti di passaggio.

Uno dei primi è certamente quello di marinare la scuola: all’inizio una scelta di opportunità personale, magari per evitare un’interrogazione o un compito che rischia di rovinare la media, poi in un secondo tempo una forma improvvisata di insubordinazione di gruppo, spesso iniziata senza malignità, per far semplicemente compagnia ad un amico che snobba la scuola. Queste piccole trasgressioni, se punite con rigidità possono creare risentimenti e piccole rivalse, e trasformarsi in una sfida all’autorità (non solo scolastica,): una modalità per riaffermare la “propria appartenenza” la propria lealtà al gruppo dei pari, al branco (spesso dei peggiori).

Ecco i riti di accostamento ai video-giochi, inizialmente semplice comportamenti imitativi, stimolati dalla sola curiosità, che sfociano in breve in comportamenti competitivi, vere sfide agli altri, e soprattutto a se stessi. In questi casi la frustrazione e l’accanimento possono sfociare in situazioni patologiche. Si è accertato che in Italia ci sono circa 400.000 video-giochi, di cui migliaia illegali, che riescono a sfruttare al massimo i giocatori senza far loro vincere nulla. La Guardia di Finanza stima che nel 1999 i video-giochi – anche grazie al gioco d’azzardo clandestino – siano costati agli italiani circa trentaseimila miliardi. Ecco apparire spesso contemporaneamente l’iniziazione al fumo: un rito domestico, spesso consumato in semi-clandestinità, un rito che ci fa sentire adulti.

Spesso infatti il fumo conserva l’aspetto arcano e misterioso dei riti iniziatici dei primitivi: occhi rossi, tosse, nausea per le prime sigarette, che possono eccitare maggiormente il neofita.

Perché si fuma? Se lo chiedete ad un fumatore non lo sa: non per il gusto del fumo, amarognolo e nauseabondo, non per la sua utilità (è un vizio costoso). I più dicono che fumano perché lo fanno gli altri, per essere come gli altri: è una voglia di crescere o una voglia di conformismo?

Vi raccontiamo due favole: ricordate la favola del vestito dell’imperatore? (1)

Non solo la gente della favola, anche noi facciamo le cose per imitazione, perché lo fanno tutti, per spirito gregario, ad esempio spesso si fuma per riempire un vuoto un po’ come fa la tettarella che serve a riempire il vuoto lasciato dalla madre. Si fuma per crescere ma anche per ritornare bambini: gli psicanalisti ricordano come il fumo della sigaretta è caldo come il latte materno, la sigaretta è rotonda e morbida come il capezzolo del seno. Il fumo serve a colmare un vuoto, il vuoto di ogni adolescente quando abbandona la famiglia per cercare giustamente la propria strada. È il bisogno naturale di lasciare il gregge famigliare per cercare un altro approdo.

Attenzione che non sia un altro gregge.

È questa una fase di passaggio che può creare insicurezza, che può indurre a cercare un sostituto nel comportamento dei grandi “il fumare” solo per sentirsi grandi (cioè perché si è ancora bambini). Nelle dipendenze in genere, come nella favola dell’imperatore è la paura di passare da stupidi che rende gregario il giovane.

Mediando un brutto termine dal gergo comune, possiamo considerare queste varie dipendenze degli”ammortizzatori psicologici” delle scelte di fuga.

Un’altra favola “il gomitolo della vita” (2) ci sembra significativa per riflettere sulla voglia dei giovani di crescere e di diventare grandi senza sforzo senza la fatica di sviluppare le proprie potenzialità diventando così facile preda di illusione di miraggi.

Qual è la morale di questa storia? Semplice: non dovete aspettarvi regali dalla vita, la propria autonomia, la propria maturità va conquistata giorno per giorno, e va difesa palmo a palmo.

È questo il pericolo di una società opulenta, di una cultura di massa:: tutto deve essere facile a portata di mano ma le dipendenze sono sempre in agguato.

Il vero problema dei giovani e di chi lavora con loro e per loro non sono le dipendenze in quanto tali ma la ricerca di valori portanti, di comportamenti che sappiano sostituirle, che sappiano far crescere i ragazzi, farli sentire grandi, e realizzarli insegnando loro il senso della responsabilità e l’amore per la vita, insegnando loro a gridare che “il re è nudo” malgrado tutto e contro tutti, che sappiano insegnar loro a conquistare il futuro senza aspettare regali da nessuno.

Concludendo intendiamo fare prevenzione non dell’una o dell’altra dipendenza (alcol, televisione, videogiochi, fumo ecc), ma della cultura della rinuncia, della cultura della dipendenza, cioè della scelta passiva del conformismo e del gregarismo sociale.

Non sono solo le dipendenze che ci proponiamo di combattere ma ciò che le presuppone: la mancanza di autofiducia, l’assenza di scelte autonome, l’abdicazione dei giovani a scelte individuali, critiche e responsabili.

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