Capricci o messaggi

capricciQuando un bimbo piagnucola senza un’apparente ragione noi adulti siamo nella maggior parte dei casi portati a pensare che stia facendo i capricci. L’esperto lancia un segnale ai genitori: troppo spesso, spiega Pierluigi Lando, neuropsichiatria infantile classe 1930, “comportamenti disturbati e disturbanti dei bambini vengono etichettati a torto come capricci”. In una società non certo fatta per i bambini (persino le nostre case, spiega Lando, sono un ambiente inadatto per crescere) i genitori spesso impongono comportamenti, piuttosto che spiegarli e far sì che i figli li accettino. Considerare i rifiuti da parte dei piccoli, i pianti stizzosi, può fungere da vero e proprio alibi per intervenire d’impulso, magari in maniera autoritaria, senza quindi cercare di capire cosa il bambino intenda comunicare. «Sapendoli decodificare come messaggi – spiega il dottor Lando – invece, gioverà all’educazione del bambino, evitando un’escalation di controproducenti e frustranti interventi autoritari». 

Dottore, lei esclude quindi che i piccoli possano fare ricatti affettivi ai genitori? 
Quando non si tratti di messaggi per bisogni fisiologici (sete, fame, sonno, bisogno di essere cambiato…), “le bizze” possono essere indicative che si sia già instaurato un regime di potere che alimenta un braccio di ferro tra la volontà allo stato nascente del piccolo con quella dei grandi. Si dà per scontato che il bimbo debba soltanto ubbidire e seguire le direttive indiscutibili degli educatori, ma non si tiene conto che il prepotere provoca il contropotere. Una specie di dichiarazione di guerra di solito razionalizzata dalla “pezza di sostegno” che il piccolo debba apprendere regole per poter vivere e convivere nella nostra società. 

Certo, ma nella quotidianità spesso diventa necessario che un bambino ubbidisca ai genitori. O no? 
Intanto, si deve ricordare che, sin dal secondo anno di vita, il bambino è naturalmente portato a confrontare la propria volontà con quella degli adulti opponendosi: è la fase conosciuta in psicologia dell’età evolutiva appunto come fase dell’opposizione, funzionale alla nascita e sviluppo dell’Io, alla lotta per l’identità. Perciò di fondamentale importanza per un valido sviluppo della personalità. In linea di massima, un educatore, quando non trova altro modo di relazionarsi con l’educando o con i cittadini e ricorre a misure autoritariamente troppo repressive, si dovrebbe chiedere cosa avrà sbagliato nell’impostare il metodo educativo adottato.

E i bambini, anche quelli piccoli, capiscono? 

I bambini hanno una sensibilità speciale, si dice che hanno il radar. Avvertono i suggerimenti genuini, comprendendo che la persona è dalla loro parte, oppure se è animata da potere. Ecco perché è importante la prevenzione. I genitori molto spesso sono dominati da problemi di rivalità fraterna, vivendola non soltanto come abbandono ma anche come tradimento. Un esempio: l’altro giorno la mia nipotina di due anni aveva una mia agendina dove tengo tutti i numeri di telefono e trionfalmente gridava “È mia, è mia!” e avrebbe potuto rovinarla. Le ho detto: “Guarda che lì ci sono i numeri, con questi numeri noi chiamiamo la nonna, papà la mamma”. Se io le avessi imposto di darmi l’agendina, probabilmente sarebbe finita molto male. 

E con i bambini più grandi? 
Questo non solo con i bambini piccoli, ma anche con gli adolescenti. Andai a parlare di droga con ragazzi delle scuole medie. Mi rifiutai di avere un addetto alla disciplina. Poi quasi quasi me ne pentii perché era davvero una bolgia infernale, ma mi sedetti sulla cattedra e rimasi ad aspettare. Riuscii ad avere un atteggiamento di ascolto e alla fine furono loro ad ascoltarmi. 

Quindi la sua ricetta è la pazienza?  
Non solo. Il rapporto tra l’educando e l’educatore va affrontato con il gioco. Attività di gioco animate da personale qualificato andrebbero fatte all’inizio della scuola dell’obbligo. Andare a scuola troppo presto è controproducente. In passato ho proposto in attività congressuali e in commissioni della Pubblica Istruzione e dell’Interno che si posticipasse la scuola dell’obbligo a 7 anni, anticipata da un anno intero di gioco. 

Quindi è utile portarsi allo stesso livello dei bambini?
Nel caso dell’educazione dei soggetti in età evolutiva, quando si è impostato il rapporto contando sulla posizione “up”, all’insegna del: “superior stabat lupus, inferior agnus”, capita che, prima o poi, per esempio in occasione di un malessere del bambino, questi scopre i genitori non più sicuri di sé, anzi in preda ad ansia, cioè se stesso in posizione up e quelli in posizione down. 

In questo caso quindi il bambino se ne approfitta…
La scoperta di successo nel ribaltare la posizione relazionale potrà indurre il soggetto già in svantaggio alla tendenza a riproporre i comportamenti che gli hanno regalato i cosiddetti vantaggi secondari ogniqualvolta voglia ottenere qualcosa negata e sarà tanto più forte e coatta quanto più la posizione “sotto” sia stata precedentemente subita e sofferta. Pregiudicante ipoteca per quando il piccolo diverrà, a sua volta, genitore, educatore o, comunque, assumerà ruoli dirigenziali. 

Cosa fare quindi per avere un rapporto equilibrato con i propri figli? 
Pur essendo sconsigliabile l’instaurazione di un rapporto cameratesco, privo di autorevolezza (autorevolezza non significa farsi temere, ma incutere fiducioso rispetto per le prestazioni accretive di un servizio come quello autenticamente educativo: educare viene dal latino educere e non significa inculcare), si ritiene che un rapporto educatore/educando funzioni in modo soddisfacente se questi sente che l’educatore è dalla sua parte. Per questo, è consigliabile che ci si rivolga al bambino con voce sommessa, confidenziale, anche quando egli non è ancora in grado di capire spiegazioni razionali. 

Quando dire no ai bambini?
La “capacità di dire no” viene oggi propalata come panacea. Irresponsabilmente, giacché non si tiene conto che non saranno scarse le probabilità che un tale messaggio venga recepito da soggetti che hanno a fior di pelle il meccanismo della cosiddetta compulsione a ripetere, cioè la voglia coatta di rivalsa, di ribaltare transferalmente perfino sui figli quel che avranno subìto dai propri genitori, magari per la nascita di un fratellino, ma anche da educatori secondari compagni di gioco e di scuola. È auspicabile quindi che l’espressione capricci non venga più adoperata dagli educatori o, addirittura, bandita per sempre e da tutti.

Daniele Passanante

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