Alimentazione

Kamut, chi era costui?
Il biologico imperversa e c’è un motivo non soltanto legato alla salute: biocompatibilità e principi etici delle produzioni senza pesticidi e ogm free

Un tempo c’erano gli sfegatati del macrobiotico, poi sono arrivate le diete Anni ’80 con beveroni e snack ipocalorici. Unico imperativo: tutti magri. Oggi il nuovo credo alimentare si chiama “bio”.

Emblema di questa rivoluzione alimentare è il Kamut, ossia l’antico cereale già coltivato in Egitto più di cinquemila anni fa. Con una grandezza da due a tre volte superiore a quella del grano comune, il Kamut contiene dal 20 al 40% in più di proteine, percentuali più elevate di lipidi, amminoacidi, vitamine e minerali nonché caratteristiche di elevata digeribilità. Non avendo subito la selezione degli altri cereali, ha conservato inalterato il suo genoma e il suo valore nutritivo.

Partendo da questo alimento, tutto un mondo di produzioni parallele si offre al consumatore attento, non soltanto alla propria salute e a quella di chi gli sta intorno, ma anche all’osservanza di principi etici quali la biocompatibilità e la garanzia di una retribuzione equa a chi consente che il cibo giunga ogni giorno sulle tavole evitando mediazioni speculative.

Le grosse aziende del comparto alimentare lo hanno già capito da tempo e cominciano a introdurre sul mercato prodotti che strizzano l’occhio a questa nuova filosofia, magari ricreando un’assonanza o evocando immagini bucoliche.

Ma, più che una fissazione o una corrente di pensiero, la si potrebbe definire come la consapevolezza di essere giunti al capolinea. La massificazione e la globalizzazione si inchinano all’attenzione per i profitti a scapito della qualità: pesce alla diossina, latte guasto corretto ammoniaca, olio extravergine di non si sa bene cosa. Il riscatto verso questa trance consumistica che ci ha accompagnato negli ultimi vent’anni, illudendoci di una raggiunta modernità e di un conseguente benessere, è già partito e i primi passi si sono mossi proprio con il caso mucca pazza di cui si è cominciato a parlare già all’inizio degli Anni ’90, e che in Italia ha visto il primo caso nel gennaio 2001.

Dunque, basta con le pere trattate alla paraffina per poter affrontare viaggi di migliaia di chilometri ed essere sulle nostre tavole fuori stagione, alle fettine di vitelli anemici solo per garantire il colore rosato delle carni, ai precotti contenenti olio di palma, così dannoso per il cuore coi suoi grassi saturi. In fondo, non è altro che una questione di coscienza, di sensibilità e rispetto. Detto con le parole della studiosa britannica Frances Moore-Lappè, vera guru per i vegetariani dagli Anni ’70 a oggi: “Ogni nostra scelta a proposito del cibo è una scelta per il mondo nel quale vorremmo vivere”.

Il biologico? Costa meno
Un cavolfiore biologico acquistato direttamente dai produttori può costare fino a 89 centesimi in meno rispetto allo stesso prodotto acquistato in un supermercato. Con un chilo di radicchio bio il risparmio sale a 1 euro e 14 centesimi e per un chilo di pomodori ciliegino si arriva a 1 euro e 26 centesimi di risparmio tra la vendita diretta e quella in un negozio specializzato. Le cifre sono state diffuse nell’ambito di Agrifood, il primo Salone Internazionale del prodotto agroalimentare di qualità in corso alla Fiera di Verona, dall’Associazione italiana agricoltura biologica (Aiab).

Stefania de Silvi

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