Bullismo

Dal bullismo al mobbing
– “Il gioco crudele” di Ada Fonzi – Giunti editore, 14.87 € –

 

di Emanuele Passanante

Sull’argomento “bullismo“, “Il gioco crudele” è il terzo volume di Ada Fonzi, in collaborazione con altri studiosi dell’università italiana. Si tratta di una ricerca puntuale e precisa, che parte da lontano: “Cooperare e competere tra bambini” (1991) e “Il bullismo in Italia” (Giunti gruppo editoriale, 1997). Con questa trilogia non è certamente esaurita l’analisi di un fenomeno così complesso, che riguarda “le condotte prosocialiantisociali nel corso dello sviluppo, con particolare attenzione ai legami amicali e al fenomeno delle prepotenze in ambito scolastico”. Il sottotitolo “Studi e ricerche sui correlati psicologici del bullismo” definisce il quadro di riferimento e orienta l’interesse del lettore.

Il titolo molto suggestivo mette invece in rilievo il punto di vista del “bullo”, il bambino, il ragazzo che si prende gioco degli altri, che si diverte a torturare psicologicamente e spessofisicamente, ad atterrire, a violentare. Se è gioco, comunque, non può essere crudele, la violenza non è mai divertente, d’altro canto se è crudele, non può mai essere un gioco.

S’impone dunque una netta distinzione tra gioco e crudeltà, proprio per evitare confusione nella mente dei giovani. Come succede nei videogiochi, in cui si associa il divertimento alla morte dei personaggi. In questo gioco al massacro, qualcuno ci ha rimesso le penne: nella confusione totale tra virtualereale, un bambino si è buttato dalla finestra per volare come un Pokemon. C’è anche questo aspetto perverso della nostra società dove diventa simbolo e quasi degno dell’ammirazione dei coetanei il prepotente, o chi si è macchiato di orrendi delitti. I fatti di cronaca lo dimostrano: i giovani assassini condannati ricevono in carcere migliaia di lettere da coetanei ammiratori.

Sono stati condotti studiricerche per scoprire l’influenza dei mass media, della tv spesso carica quotidiana di violenza; indagini scientifiche recenti evidenziano come ogni bambino sia bombardato da miriadi di immagini violente, una sorta di educazione negativa contro la quale la società, la famiglia, la scuola si sentono impotenti. Prima si pensava che la violenza fosse appannaggio della povertà, ora le ricerche confermano, per una sorta di pari opportunità, che anche le cosiddette “classi bene” dànno il loro contributo al bullismo.

Il bullo per la propria realizzazione ignora l’altro, lo deumanizza, alla ricerca di emozioni forti, estreme, finanche all’horror. Rapporti interpersonali improntati alla prevaricazione sono senz’altro segno di un disadattamento e di un disagio. Gli autori delle ricerche delineate nel volume, hanno studiato il fenomeno fin dal suo nascere, nella scuola dell’infanzia per valutare tutti gli aspetti, cercare le cause, prevedere le conseguenze, sperimentare interventi educativi per prevenire, piuttosto che curare. Non è soltanto un fondato sospetto, ma i piccoli bulli, e lo dimostrano indagini condotte in prospettiva “life span”, hanno buone probabilità di diventare delinquenti. Le vittime con esiti psicopatologici, possono isolarsi e avere serie conseguenze sui rapporti interpersonali e sulla salute nel rapporto con se stessi, fino al suicidio.

Data l’urgenza dei problemi emersi, è lecito chiedersi: le ricerche possono influire sul cambiamento dello stile educativo in famiglia e nella scuola? In una nostra ricerca nella scuola elementare e media, la conflittualità tra gli allievi veniva risolta dai docenti, d’autorità, con sospensioni e punizioni non sempre giuste, quasi senza coinvolgere i soggetti interessati, senza la proposta o l’ipotesi di unpercorso formativo che facesse prendere ai protagonisti del conflitto, coscienza dei problemi per studiare e imparare le abilità e le strategie di soluzione. C’è infine una relazione tra bullismo,nonnismo, certi aspetti crudeli della goliardia tra gli studenti universitari e il mobbingnell’ambiente di lavoro? “Homo homini lupus”.

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