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La
stanza del figlio
Una chiave di lettura del
film di Nanni Moretti: la vita, la morte, le ossessioni
di Daniele
Passanante (*)
«Qualche volta la vita è bella, tutto va bene,
poi d'improvviso mi prende un gran freddo e mi annoio».
[Jean Gabin nei panni del protagonista Pepel in "Verso
la vita" (1936) di Jean Renoir] |
A guardarlo una seconda volta, "La
stanza del figlio" di Nanni Moretti (2001) appare con
più forza un film sulle ossessioni della vita
quotidiana, sulle idee fisse amplificate dal senso
dell'irreparabile.
Il dramma della morte si abbatte su una famiglia
di Ancona, frantumando gli affetti e gettando nella disperazione
i componenti. Dopo la morte il mondo appare sotto una luce
più forte, il coinvolgimento è maggiore,
il distacco dalle cose diventa difficile, i problemi
della vita si affrontano con maggiore fatica. Ma la vita
è in fondo uguale a prima. Anche se nei gesti ripetuti
quotidianamente è evidente un peso maggiore, si vive
lo stesso.
A 47 anni, Nanni Moretti dà prova della propria
maturità di cineasta e affronta il tema della
perdita con saggezza e profondità. Non è
forse un caso che, quasi alla stessa età, a 46 anni,
François
Truffaut diresse "La
camera verde" (1978), film sulla scomparsa e sull'amore.
"Io sono contro l'oblio - dichiarò in una celebre
intervista Truffaut - che è una frivolezza enorme,
la frivolezza dell'attualità è una cosa che
non sopporto. La forza del ricordo, della fedeltà
e delle idee fisse è più potente. Io rifiuto
di dimenticare".
Un
evento luttuoso rappresenta una svolta nella vita di ognuno
di noi, un punto al quale si rimane ancorati nelle consuetudini
e nella routine di tutti i giorni. Ed è così
che "La stanza del figlio" descrive le sfide e i
limiti, stabiliti dai protagonisti quasi per alleggerire
il carico - dopo la morte, maggiore - della quotidianità.
Le porte che si aprono al mattino per richiudersi alla fine
della giornata assumono così un significato più
grave. La visione negativa della realtà si concretizza
simbolicamente nell'arco di ogni giornata, nei dettagli
e nei particolari della casa: gli oggetti rotti, le tazze
sbeccate, i vetri in frantumi.
Una delle pazienti dello psicologo di Ancona Giovanni Sermonti
- il protagonista che nel film è interpretato da
Nanni Moretti -, è una donna turbata da ossessioni
banali quanto devastanti. Le sue manie di precisione e igiene
le rendono la vita impossibile: la donna stabilisce date
e prove inderogabili a ritmi sempre maggiori, ma
non riuscendo a rispettarle, cade nello sconforto.
Una patologia che colpisce, in forma più leggera,
anche gli altri protagonisti della storia. In una delle
scene più profonde del film, Giovanni ascolta in
modo maniacale e ripetitivo una sezione del
brano "Water dances", di Michael Nyman, vero genio
delle ossessioni in musica. Sembra quasi che nella ripetizione
continua della vita si possa riuscire ad accettare e
ad assimilare il senso della morte. Una chiave di lettura
del film suffragata da moltissime scene: la figlia che dopo
un allenamento di pallacanestro non vuole uscire dalla palestra
senza aver fatto almeno dieci canestri di seguito, i gesti
usuali compiuti dalla famiglia a colazione, la corsa,
il cibo, le visite dei familiari nella stanza di Andrea,
dopo la sua morte.
Anche nel viaggio finale - un vero colpo di genio
nella sceneggiatura - le mete vengono dilazionate verso
la destinazione in una continua prova dagli effetti
catartici. L'ultima, illogica e al contempo spontanea, nella
quale i protagonisti tornano ad avviarsi verso la vita.
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